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  • pier paolo caserta

Diego, il rivoluzionario


Scrissi questo commento a caldo subito dopo la scomparsa di Diego. A un anno dalla morte confermo tutto, e in particolare questo: Diego Armando Maradona è stato il più grande calciatore di sempre, ma anche il suo spessore umano, pur con i suoi eccessi, le sue contraddizioni e le sue fragilità, è stato alto. Semmai, renderei ancora più esplicito il senso complessivo della sua militanza politica, che in questo commento rimaneva implicito.


Penso che tutti i distinguo che oggi vengono posti da puntuali discettatori e distributori di virgole non tengano: in una parola, non c’è modo che Maradona possa essere ridotto al solo calcio, né soltanto allo sport. Maradona è stato e rimarrà molto di più, cultura di massa e icona di riscatto. Diego Armando Maradona è stato il più grande calciatore di sempre (Pelé è il primo a non offendersi), ma anche il suo spessore umano, pur con i suoi eccessi, le sue contraddizioni e le sue fragilità, è stato alto. Pazienza se i discettatori stanno puntualmente scrivendo e dicendo: “Eh, ma era un campione in campo, però fuori...”, un cliché trasversale. Per i più poveri di spirito, Maradona era un cafone. Il loro moralismo non ha mai saputo né voluto entrare in una sola piega della sua straordinaria e complessa biografia. Sono convinto che nessuno di quelli che affermano, oggi come ieri, che Maradona “come uomo” non sia stato un granché siano migliori di lui. Neanche uno. Per me è un assioma. Confesso ora che nella mia vita, per quanto io sia un difensore della complessità, mi sono sempre riservato un metro di giudizio semplice in questo, una delle pochissime singole scelte di campo che per me sono sempre state immediatamente indicative di chi avevo di fronte, del suo lato umano: i denigratori di Maradona per me sono sempre stati persone con le quali non entrare in alcuna relazione di conoscenza seria.

Per i moralisti Diego Armando Maradona ha sempre rappresentato una vera manna dal cielo. Per la più autocompiaciuta austerità piccolo borghese non poteva che essere sregolato, sopra le righe, eccessivo.

Maradona ha fatto quello che nessun moralista ha mai fatto né farà mai: si è preso le responsabilità di tutti, dei compagni, di tante storie, delle speranze di riscatto degli ultimi. Chi non lo ha capito non ha capito niente. Lo sport non è mai stato soltanto sport. Nei mondiali del 1986 prese interamente su di sé la croce. Condusse un’Argentina non certo stratosferica al titolo perché la differenza la fece lui, da solo. Solo i campioni possono, ma non certo soltanto perché in possesso di una tecnica sopraffina. Quello è il prerequisito, poi ci vuole l’empatia, altrimenti sei un prestigiatore. Ci vuole la volontà di farsi carico delle aspettative di una intera nazione, ci vuole la volontà e la forza di concentrare ogni nervo del tuo corpo nel momento decisivo, di mettere in campo non i piedi, che da soli non sanno cosa fare, ma la testa e il cuore. Chi si rende conto che il calcio è un potente veicolo di emozioni (e in quegli anni non era stato ancora così profondamente guastato) sa benissimo che su quell’Argentina-Inghilterra del 1986 si addensava qualcosa di molto più grande di quella partita giocata. Perché Las Malvinas son argentinas.

(La differenza tra Maradona e Messi, quindi, detto solo per inciso, non è nella tecnica...)

Dall’Argentina a Napoli, in Maradona si sono incontrate molte speranze di riscatto.

Nella misura in cui la scomparsa di un personaggio pubblico può toccare, per me quello per Maradona è un dolore quasi personale. So da che parte sto, per la riabilitazione delle narrazioni degli sconfitti e Maradona è stato dalla parte giusta anche come uomo, soprattutto come uomo.

I discettatori, i moralisti, si sforzeranno, oggi come ieri, di separare con cura il calciatore dall’uomo ma hanno già perso, le loro sono parole al vento. Grazie di tutto, Diego.


(25 novembre 2021)

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