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  • pier paolo caserta

Le premesse delle sardine

Ho messo qui insieme alcune riflessioni su sardine e dintorni. In realtà, sardine a parte, mi interessa e ritengo sia importante l'analisi dei movimenti post-ideologici.





Secondo alcuni, a quanto vedo, criticare le sardine significa automaticamente fare dietrologia. È un'associazione di idee ruvida e dualistica. Un conto è mettere in guardia dal complottismo (in questo caso: dietro alla sardine c'è / ci sono / sono manovrate da...), sempre perniciosissimo, altro è la clamorosa ingenuità della lettura dei movimenti "spontanei". Qui ci vuole una misura tra dietrologia e totale ingenuità! Certo, esiste un livello spontaneo dei movimenti, ma c'è anche il livello della leadership che incanala un movimento fatto, in parte e specialmente all'origine, di pulsioni e di istanze spontanee o largamente condivise. E può, in questo senso, plasmarlo, proprio nel momento iniziale in cui un movimento è duttile e assomma al suo interno potenzialità molteplici. Inoltre, le dinamiche tra la leadership e la base o la piazza, i meccanismi di partecipazione e di decisione, le eventuali cinghie intermedie di trasmissione, vanno analizzati. È un lavoro che va fatto seriamente, come sempre a debita distanza sia dalla demonizzazione che dall'esaltazione acritica. Cosi, della sardine, io non voglio parlare di quello che c'e "dietro" e nemmeno di cosa abbiano davanti, basterebbe parlare, tanto per cominciare, dei 6 punti del "programma". Che equivalgono più o meno a dire: "Signori, quando fate macelleria sociale, non mettetevi le dita nel naso!"

Inoltre, al di là del merito delle questioni, questa piattaforma programmatica è stata decisa da chi? Da quanti? Come? La "piazza", la base, è stata coinvolta? Sono stati posti in essere meccanismi decisionali in qualche modo larghi, partecipativi, inclusivi? A me non pare. (E in televisione non si può andare senza l'autorizzazione di Santori. Ricorda nulla?)

(20-12-2019) 



In assenza di una forte attenzione ai temi del conflitto, del Lavoro, della questione sociale, il semplice anti-populismo qualifica una (pseudo)sinistra elitista, non una sinistra popolare. (17-12-2019) 


Alcune prime riflessioni appena più strutturate su sardine e dintorni. Penso, prima di ogni cosa, che i movimenti abbiano bisogno di tempo per essere giudicati, devono decantare. E che non sia mai saggio disprezzare una mobilitazione estesa come quella alla quale stiamo assistendo. Dialogare, piuttosto.  È lecito, però, esprimersi sulle premesse e io penso che partiamo male. Santori ha precisato che non ha (lui? il movimento?) “posizioni politiche” perché “svolge il ruolo di anticorpi”. Un movimento che si pensa “non politico”, di che tipo di anticorpi può essere portatore? Mi sembra si recepisca pienamente il terreno della spoliticizzazione, che è la vera malattia, più del “sovranismo” di destra, perché questo può essere spiegato come uno degli effetti di quella, non il contrario. Santori prosegue: “c’è un progetto di centro-sinistra molto ampio” (insomma il movimento esprime posizioni politiche o no? Inoltre, ad essere ampio è il progetto o il centro-sinistra? La preoccupazione cresce…) e ancora, leggo, “c’è il PD”, e mi sembra ormai abbastanza chiaro. Non ci siamo. Ad essere fallimentare è, a mio avviso, la piattaforma dell’anti-salvinismo e del contrasto al populismo. Da mesi assistiamo a questo, il nuovo governo è nato bagnato da questa benedizione: essere contro Salvini è diventato elemento sufficiente di nobilitazione politica, anche per personaggi più che discutibili e non esclusi quanti lo avevano vergognosamente sostenuto fino al giorno prima. Si sono dispensate patenti di legittimazione democratica a buon mercato. Nella costruzione di una alternativa politica seria, e sempre con l’obiettivo di una sinistra autonoma e terza, che è il mio orizzonte di riferimento, il problema che avverto come il maggiore al momento è questo: l’anti-salvinismo non basta e non può bastare, non dovrebbe nemmeno essere, propriamente, il fulcro di un progetto che, in tal caso, dimostra immediatamente di non avere alcuna proiezione. Anche perché, se si accettasse questa piattaforma riduttiva (contro il populismo, contro il “sovranismo” ecc.) si amputerebbe il problema della sua complessità.  La destra ulltra-nazionalista (preferisco evitare il termine “sovranismo” perché ambiguo, ma ora su questo non mi addentro) è, per conto mio, soltanto la metà del problema. L’altra metà è il contrasto all’egemonia neo /ordo-liberista, rispetto alla quale la destra ultra-nazionalista è in una posizione falsamente antagonista. Sappiamo che il terreno di possibilità sul quale la destra ultra-nazionalista prospera è rappresentato dalle politiche anti-sociali del neoliberismo globalista e mercatista. Separare queste due metà del problema non mi trova d’accordo e penso di sapere anche a cosa porti: ancora una volta alla difesa del sistema, alla conservazione mal travestita da rivoluzione. Illudendosi che il problema sia soltanto la destra ultra-nazionalista (quello che molti chiamano, secondo me impropriamente, sovranismo) si taglia a metà il quadro e si finisce, inevitabilmente, per trovarsi imbarcati insieme a quelli che sono, per noi, non di meno avversari, cioè quelli che hanno applicato tutte le deleterie ricette del neoliberismo e dell’austerity: appunto il PD, il centrosinistra ampio… Alle sardine bisogna allora chiedere se “oltre l’anti-salvinismo c’è di più”, ma io credo che non partiamo affatto bene. Ovviamente il problema di fondo non sono le sardine ma la mancanza dell’alternativa.

(24-11-2019)

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