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  • pier paolo caserta

Se in Italia i non credenti devono ancora giustificarsi



Lo so che preferite far finta che non sia così, ma ogni tanto mi tocca ricordarvi che viviamo in un Paese nel quale a tutt’oggi il semplice dichiararsi non credente è percepito da molti con sottile sospetto. Oppure, nonostante tutte le dichiarazioni di tolleranza, è sempre presente un sottofondo giudicante. Ecco un semplice esempio di come l’Italia rimanga un paese profondamente clericale in molta parte del suo tessuto sociale. È esperienza per me comune, sia diretta che indiretta: se parlando, capita di rendere esplicito il mio orientamento religioso (e io non lo ostento, ma nemmeno lo nascondo e se capita lo dichiaro ovviamente con assoluta naturalezza), e mi definisco dunque non credente (se esiste interesse a proseguire il discorso posso precisare ulteriormente: agnostico tendente all’ateismo) non è infrequente che qualcuno chieda “Perché?”( è anche capitato che i più spregiudicati abbiano aggiunto: ma hai avuto delle brutte esperienze?).


Ma come sarebbe a dire, “perché?”? Di fronte alla diversa dichiarazione: “Sono cattolico”, mi sembra che nessuno senta la necessità di chiedere: “Perché?”Di sicuro, io, rispettosamente, mi guardo bene dal farlo. Il “perché”di qualunque orientamento religioso (non credente o credente, cristiano-cattolico, cristiano-protestante o cristiano-ortodosso, musulmano, ebreo o valdese) è per me sempre lo stesso nel senso che è in tutti i casi ugualmente legittimo. L’orientamento religioso è del tutto personale, è insindacabile, ecco per quale ragione non chiederei, mai e a nessuno, “Perché?”. A quanto pare, per molti il non essere credente necessita ancora di una giustificazione, l’essere credente, no, soprattutto se nella religione della maggior parte.  C’è, in questo, qualcosa di profondamente storto ma allo stesso tempo completamente introiettato nel senso comune, al punto da sembrarci normale. Ma non lo è affatto.

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